PARTITO E BIPOLARISMO

marzo 9, 2007

- PARTITO E BIPOLARISMO -

Il degrado politico attuale è incombente ma il Partito ha delle sue pecche originarie 

Il fenomeno politico del Bipolarismo si rivela sempre più inappropriato per una realtà partitica quale quella italiana che discende da una tradizione storico-culturale molto articolata e quindi del tutto diversa rispetto a quella statunitense  che invece sin dalla sua origine, presenta una matrice tendenzialmente bipolare.  

Il Bipolarismo in Italia, e in Europa in genere, è una tendenza quasi imposta dal sistema di dominio, per assorbire totalmente, più facilmente ed efficacemente, quei Partiti e quelle organizzazioni politiche che potrebbero promuovere un’alternativa sociale, seppur moderata e riformistica, come potrebbe essere quella socialdemocratica (basta vedere, a tal proposito, l’azione snaturante e scemante esercitata sulla parte sana delle basi dei partiti della sinistra socialista  italiana, quali i DS e lo SDI), tagliando poi definitivamente fuori dal panorama politico ufficiale o assorbendo in nicchie rappresentative, quelle realtà potenzialmente d’opposizione, almeno apparentemente radicali e anti-sistemiche (l’ala considerata “estrema” della stessa Sinistra parlamentare, ma anche certe realtà piccole ma integerrime di liberali o di socialisti). Una tale tendenza va ad imporsi stravolgendo le ultime risorse politiche, dovute proprio ad un passato storico e culturale, che restano oggi nel desolato panorama civile italiano. Infatti, già sotto l’influenza del sistema sociale vigente, la politica, presa anch’essa dai dogmi del capitalismo, si aliena nella prassi, che svuotata di ideali diventa affarismo (cfr articolo del sottoscritto pubblicato sul n°0 della Rivista Epimeteo). Poi il sistema bipolare, da parte sua, tende a sottrarre ai Partiti identità e spessore politico-culturali costringendoli ora in due coalizioni tanto simili nel profilo politico essenziale quanto eterogenee al loro stesso interno, e man mano che si va avanti, in due partiti unici, uno di Centrosinistra (tipo il fantomatico Partito Democratico de “L’Ulivo”) e uno di Centro-Centrodestra, che consisteranno ciascuno in un accorpamento forzato di tradizioni opposte e realtà politiche inconciliabili. Il Partito, nell’epoca del Bipolarismo, tende a diventare un calderone amorfo che, a favore di un qualunquismo politico e soprattutto a favore della demagogia e del “populismo”, abbandona quei capisaldi ideali che dovrebbero alimentare invece la dialettica democratica.  L’alternativa all’omologante e snaturante bipolarismo, potrebbe rinvenirsi proprio in una struttura politica, parlamentare ed elettorale che valorizzi la ricchezza qualitativa e quantitativa della tradizione partitica italiana, piuttosto che imballarla e disperderla. Quanto più partecipata è la democrazia, più viene esaudito il suo senso etimologico ed ideale. Naturalmente bisognerebbe sempre premettere un meccanismo tale da non attribuire una valenza sproporzionata a qualsiasi “lista-famiglia” sorta all’improvviso e all’occasione, senza alcun fondamento politico. Dal punto di vista della struttura elettorale, la soluzione più o meno giusta potrebbe stare nell’estensione di un sistema proporzionale con l’indicazione della preferenza nominale di un candidato, oltre alla scelta del simbolo della lista, ma con uno sbarramento al 4% – 5 %. 

Dal punto di vista più strettamente politico e polito-logico, invece il discorso è molto più complesso e va appunto riferito direttamente alle strutture delle organizzazioni soggettive, i Partiti.In effetti, per recuperare la coerenza del sistema politico italiano e per ripescarlo dal tonfo in cui è cascato a causa dell’inflazione socio-culturale, da un lato, e del fenomeno stesso del Bipolarismo dall’altro, bisognerebbe proprio recuperare il valore sociale del Partito, sia quello ideale che quello pratico, quest’ultimo inteso quale potenziale di promozione politica e coinvolgimento popolare nella vita democratica, ma anche come capacità governativa dello Stato. Tuttavia, affinché ciò sia possibile oltre a scongiurare le nuove falle della politica di cui sopra, vanno affrontati pure gli handicap storici dei Partiti. In sintesi, va rivista la “struttura” del Partito così come la sua iconologia. Questo perché, a prescindere dal bipolarismo e dal degrado politico dell’ultimo quindicennio, il Partito porta con sé dei limiti congeniti sin dal passato più remoto, limiti che oggi si fanno ancora più palesi e vincolanti nell’ambito dell’attuale realtà sociale.Difatti, sin dai primordi del XX secolo, il Partito (in primis quello Comunista, quello Socialista e quello Popolare poi Democristiano, ma anche l’MSI nella seconda metà del secolo), presenta le medesime pecche strutturali quali il verticismo smodato, l’eccessiva burocratizzazione, un’impronta dirigistica della politica nonché una rigidità delle forme di stampo clericale.Simile ad un’impostazione ortodossa da ecclesia, è anche la matrice della “mitologia” che aleggia intorno alla concezione di Partito, ovvero quella stessa “iconologia” a cui si accennava prima, che, da un lato, pone, ed ha sempre posto, l’istituto partitico come qualcosa di aleatorio rispetto alla base reale della società, dall’altro, lo pone, per i propri militanti, come un totem, un feticcio, un ente di verità assolute ed indiscutibili. Lo stesso lessico di Partito, rimarca questa impostazione strutturale. Nei Partiti si è sempre parlato, e si parla ancora oggi, di “militante” e di “quadro dirigente” di “massa”e di “guida delle masse”. Insomma, è chiara una lettura della popolazione come quantità amorfa, e della base come di un esercito da manovrare dall’alto. Così, allo stato attuale delle cose, se ci sono «carrozzoni politici», «partiti-calderone» senza cultura politica né identità, partiti lobbistici, strutturati come aziende e che perseguono fini attinenti agli interessi di piccoli gruppi di persone, o che al massimo si rispecchiano nel senso weberiano di Partito come «associazioni costituite al fine di attribuire ai propri capi una posizione di potenza all’interno di un gruppo sociale e, ai propri militanti attivi, possibilità per il perseguimento di fini oggettivi e/o per il perseguimento di vantaggi personali», ci sono pure organizzazioni partitiche che hanno la “capacità” di conservare tutti i difetti dei vecchi soggetti politici da cui discendono ma perdendone i pregi (vedi DS, PdCI e Rifondazione Comunista rispetto al PCI), ma ci sono anche piccole realtà che, seppur in buona fede, insistono su concezioni e strutture arcaiche, nonché da sempre non funzionali, di Partito, come se nell’ortodossia e nel dirigismo organizzativi così come nel dogmatismo teorico/pratico, si potesse trovare il giusto rimedio alla decadenza politica (questo è il caso di alcuni gruppi della sinistra “estrema”, parlamentare e non).  

Data una tale situazione partitica (quindi sia a causa dei «partiti-calderone» o di quelli «azienda», che a causa di quei «partiti-parrocchia» che, in buona o in cattiva fede, mirano a ripristinare strutture dirigistiche e/o settarie, allontanando così comunque la gente), se tra la gran parte delle persone, con distacco (dal basso ovviamente), si sente parlare appunto di «classe politica», dei «politici», di «quelli che comandano nei partiti», tra i “militanti” e gli aderenti ad un determinato Partito (soprattutto quelli della sinistra), si sente parlare invece di cose fatte «per volontà», «per ordine» o «per il bene»  del Partito, come se si trattasse di un’impersonale realtà superiore e trascendente.Tutto ciò si traduce in un dogmatismo deleterio alla stessa coscienza politica, in «oppio» per la parte “militante” della popolazione, che, invece di essere spronata a mettere in moto la propria capacità critica e cognitiva nei confronti del sistema sociale e politico stesso, viene spinta piuttosto a delegare a questa “entità” superiore, senza alcuna partecipazione significativa dal basso, il compito di capire la società e di programmare i modi per gestirla e/o per trasformarla, per eseguire fedelmente – come “militi”, o soldatini, appunto – una linea politica dettata dall’alto. Di contro, affinché il Partito possa riacquisire la sua funzione pratica di promozione sociale e politica tra la moltitudine cittadina e quella di raccordo tra quest’ultima e il governo dello stato, nonché quella ideale di elaborazione dei modelli di gestione e/o cambiamento del reale, non dovrebbe irrigidirsi o fossilizzarsi su una iconologia religiosa, né su una concezione parrocchiale, né su una struttura iper-burocratizzata e gerarchizzata, ma dovrebbe aprirsi ad una più vasta partecipazione, con procedimenti ed impalcature organizzative più snelli.Da questo punto di vista, un modello organizzativo ideale, potrebbero fornirlo, nonostante i numerosi limiti politici, l’Associazionismo e lo stesso Movimentismo. La struttura tipo dell’Associazione, così come quella del Comitato, del Forum o del Coordinamento, presenta, almeno potenzialmente, una base fortemente allargata e soprattutto molto partecipe, nonché un corpus di delegati rappresentativi (Presidente e Presidenza, Responsabile e gruppo organizzativo, etc…) che sono realmente la diretta espressione della stessa (si pensi, d’altra parte, che in molti Partiti il Segretario di Sezione, così come quello Nazionale, è ancora eletto da comitati ristretti e non dall’Assemblea degli iscritti). La stessa dislocazione territoriale dell’Associazione (nel caso di quelle nazionali e composite) rivela una struttura partecipativa ed ergente dal basso, essendo in effetti essa, la federazione o confederazione di una serie di realtà locali (solitamente Circoli) che si coordinano su scala provinciale, regionale e nazionale dando vita all’organizzazione unitaria, rispetto al Partito classico che nasce a livello nazionale per poi dislocarsi in federazioni regionali e provinciali ed aprire infine realtà locali (le Sezioni).Dal punto di vista che prescinde l’elemento organizzativo e si sofferma su quello più prettamente politico, poi, il libero Movimento politico e sociale, in tutte le sue fasi storiche, (oggi d’altronde composto in gran parte di Associazioni oltre che di aderenti individuali) è sempre stato il vero soggetto di conquista civile, a cui storicamente, il Partito si è sempre accodato, talvolta cercando poi di mettere il “cappello” e di monopolizzare la battaglia politica. Tutte le conquiste nel mondo del lavoro, ad esempio, sono state ottenute dal Movimento Operaio che si è sviluppato dagli anni venti ai settanta del novecento, di cui i Sindacati e i Partiti Comunista e Socialista hanno fatto parte ma senza sicuramente rappresentarne il traino. La vera avanguardia è stata rappresentata dalla parte spontanea o autorganizzata del Movimento. Lo stesso discorso vale per le lotte sui diritti civili, in cui sono stati i giovani contestatori, o al massimo le piccole organizzazioni politiche, il vero volano. Per non parlare poi del momento specifico del ’68 e del contesto di lotte per il cambiamento che si sviluppa intorno a quell’anno emblematico. La vertenza di cambiamento della dimensione esistenziale e poi sociale, nella contestazione del 1968, l’ha portata avanti appunto il Movimento studentesco. Lo stesso contenuto ideale, di questo come di tutti i flussi radicali o meno di cambiamento sociale, non viene certo da un’elaborazione teorica svolta dai Partiti, bensì trova il suo motore nelle correnti di libero pensiero, anti-dogmatico e soprattutto critico, così come nel lavoro degli Intellettuali indipendenti e nelle stesse avanguardie artistiche. Nei ranghi stretti del Partito, così come è stato inteso fino ad oggi, nessuna dinamica ideale potrebbe svilupparsi liberamente. 

Pertanto, all’istituto partitico non resta che alimentarsi di queste realtà finora descritte, entrandoci in sinergia perpetua, da un lato, ma dall’altro assorbendone l’esempio sia dal punto di vista organizzativo, che dalla prospettiva ideale, che da quella politico-promozionale. 

Leandro Sgueglia

lean10@fastwebnet.it

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